di Calogero Matina
Presidente della Confraternita dell’Arancinu di Catania
Ci sono parole che da sole sanno aprire mondi: Confraternita è una di queste, viene dal latino confraternitas e significa: “stare insieme come fratelli”.
Non fratelli di sangue, ma fratelli per scelta: persone che condividono valori, passioni, responsabilità. Il cuore della parola è “frater”, fratello, preceduto da con- che vuol dire insieme.
Una confraternita, quindi, è prima di tutto questo: un gruppo di persone unite da un legame profondo, che camminano insieme per custodire qualcosa che ritengono importante, una tradizione, una storia, un sapere, un cibo, un alimento, una bevanda.
Una confraternita è una comunità di persone che decide consapevolmente di farsi carico di un’eredità: quella dei sapori, dei gesti, delle ricette, delle storie che definiscono un territorio.

Ma quando nascono le confraternite?
Le confraternite enogastronomiche affondano le loro radici nelle antiche corporazioni medievali, già dal XIV secolo, soprattutto in area francese. Con il tempo, queste forme si sono laicizzate, trasformandosi in associazioni culturali con un obiettivo chiaro: tutelare, valorizzare e tramandare un prodotto o una tradizione gastronomica.
In Italia questo modello ha trovato terreno fertile, perché il nostro Paese è fatto di cucine locali, di piatti che cambiano da un paese all’altro, di saperi contadini tramandati a voce, di ricette che sono identità prima ancora che nutrimento. Le confraternite nascono proprio per evitare che tutto questo venga semplificato, snaturato o dimenticato.
Riti, simboli e senso di appartenenza
Tuniche, mantelli, medaglioni, titoli altisonanti come Gran Maestro, Priore o Doge. Il rito non è mai fine a sé stesso, serve a rallentare, a creare consapevolezza, a ricordare che il cibo non è un prodotto qualsiasi, ma il risultato di una storia collettiva.
Il Gran Maestro è la guida della confraternita, rappresenta dunque l’istituzione, ne custodisce i valori, presiede le cerimonie e garantisce che lo spirito originario venga rispettato.

Il Priore ha spesso un ruolo più organizzativo e interno, si occupa infatti della vita quotidiana della confraternita, coordina le attività, mantiene l’ordine durante i capitoli e fa da ponte tra i confratelli e la guida.
Il Doge. È una figura di massima rappresentanza, fortemente simbolica, che incarna l’autorità e la continuità storica del sodalizio.
Ma come operano sul territorio le Confraternite?
Le confraternite non vivono chiuse nei loro capitoli, si muovono, dialogano, partecipano. Sono infatti presenti nelle sagre, nei festival, negli eventi culturali, nei momenti pubblici della vita di una comunità. Collaborano con produttori, artigiani, ristoratori, scuole, amministrazioni locali.
Organizzano degustazioni, studi storici, momenti divulgativi, scambi con altre confraternite. Tutte condividono una visione comune: il cibo come linguaggio culturale vivo, non come semplice consumo.
Quante confraternite esistono in Italia?
Stabilire un numero preciso è praticamente impossibile, in Italia esistono centinaia di confraternite enogastronomiche, diverse per storia, dimensioni e struttura. Quelle ufficialmente federate superano il centinaio, ma accanto a esse vivono moltissime realtà locali, spesso piccole, nate per salvare un piatto povero, un prodotto di nicchia, una ricetta a rischio di scomparsa.
Dal Nord al Sud, dalle Alpi alla Sicilia, il Paese è attraversato da una rete silenziosa ma tenace di confraternite che custodiscono il patrimonio gastronomico italiano come un bene comune.
Ma perché una Confraternita dell’Arancinu?
In Sicilia, parlare dell’Arancinu non significa parlare solo di cibo, significa parlare di identità, di appartenenza. La Confraternita dell’Arancinu nasce proprio da questa consapevolezza: dal desiderio di restituire a questo simbolo straordinario tutta la sua complessità culturale.
Non per imporre verità assolute, ma per raccontare, studiare, dialogare. Per mettere insieme memoria popolare e ricerca storica, cucina quotidiana e visione culturale. Perché l’Arancinu- non è mai solo riso fritto: è viaggio, è incontro, è Sicilia.
Oggi più che mai, le confraternite sono resistenza culturale, sono un modo umano, lento e consapevole di stare nel mondo. Finché ci sarà qualcuno disposto a indossare un mantello non per vanità, ma per amore della propria terra, queste storie continueranno a camminare e a nutrirci.
La Confraternita dell’Arancinu a Catania nasce da un’intuizione chiara e generosa dello chef Domenico Privitera, maturata in un contesto che aveva già in sé il senso più profondo della condivisione: l’Arancino Solidale.
Non un’idea a tavolino, ma un gesto che prende forma dentro un momento reale, fatto di mani che lavorano insieme, di persone che si incontrano per fare del bene attraverso il cibo. In quell’occasione è emersa con forza la consapevolezza che l’arancino non fosse soltanto un prodotto gastronomico, ma un simbolo collettivo, capace di unire cultura, identità e responsabilità sociale.

Da lì la volontà di dare struttura a quell’energia, di trasformare un gesto solidale in un progetto culturale duraturo. Così prende forma la confraternita: non per celebrare sé stessa, ma per custodire e raccontare l’arancino come patrimonio vivo, popolare e condiviso. Io ho subito sposato quell’idea, l’ho sentita necessaria, prima ancora che giusta. Perché non era solo un progetto gastronomico, ma un gesto socialmente utile, capace di rispondere a un bisogno reale.
In quell’intuizione c’era qualcosa che andava oltre l’evento, oltre la cucina, oltre il singolo arancino. C’era il bisogno di creare comunità, di trasformare un momento solidale in una presenza stabile sul territorio. La confraternita nasce anche da questo: dalla consapevolezza che alcune idee, quando sono giuste, vanno sostenute senza esitazione, perché parlano il linguaggio della necessità e non dell’opportunità.
Presidente della Confraternita dell’Arancinu
Calogero Matina

